la violenza del carcere

Individuo /indi’vidwo/ s.m. – Ogni singolo ente in quanto distinto da altri della stessa specie. In partic., l’uomo considerato genericamente, in quanto oggetto di rilevazioni statistiche o in quanto singolo elemento di una collettività.

Mentre osservavo in un silenzio sospeso le brutali immagini dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, provavo orrore e nessuno stupore. Riflettevo, invece, su come certi episodi siano probabilmente più frequenti di quanto si immagina vivendo lontano da determinati contesti, come quello paradigmatico del carcere, ormai relegato in luoghi distanti dai centri abitati, dalle strade quotidianamente percorse dai “liberi”. Per chi non se ne occupa in modo specifico, il carcere semplicemente non esiste.

Ma per quanto si sia lontani da quel mondo, guardando quelle immagini si deve prendere atto che dentro a un carcere, il 6 aprile 2020, è accaduto quello che abbiamo visto. Lo abbiamo visto perché le telecamere erano accese. E, mi viene da dire, chissà quante altre volte le telecamere sono spente.

Un gruppo di uomini disarmati, che corrono, che cadono, che inginocchiati a terra si portano le mani alla testa nell’inutile tentativo di proteggersi dai colpi; un altro gruppo di uomini che, brandendo manganelli, colpiscono forte, si abbattono con bestiale ferocia su persone che probabilmente nemmeno conoscono e che nulla hanno fatto loro, ma soprattutto su soggetti che sono affidati alla loro tutela. Questa scena vomitevole mi riguarda nella misura in cui il secondo gruppo di uomini rappresenta lo Stato, e quindi anche me.

Dunque, osservo questo scempio dello stato di diritto e di ogni umana compassione e penso che un elemento unisce, specularmente, quei due gruppi di uomini ed è l’assenza di un’identità individuale: i detenuti e gli agenti, tutti sono senza nome.

Nel 1975, con la riforma dell’ordinamento penitenziario, il legislatore dovette stabilire che “i detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome”. Il fatto stesso che sia stato necessario specificarlo, rende l’idea di quanto l’essere chiamati per nome, dentro un carcere, sia una cosa straordinaria, perché, ieri come oggi, un detenuto è essenzialmente solo un detenuto.

Gli agenti indossano la divisa e sono trecento. Quel giorno entrano nel carcere in tenuta antisommossa, con i caschi, e sono tutti uguali, tutti anonimi. Alcuni di loro i caschi li tolgono, nella sicurezza che nulla potrà toccarli individualmente, perché anche a volto scoperto loro appartengono al gruppo dell’ordine, quello della divisa e dell’apparato, e perché quello che stanno per fare è avallato dai vertici, dall’autorità, e ciò sostanzialmente lo legittima.

Così, l’appartenenza senza nome disperde, in entrambi i gruppi, l’identità della persona, elidendone da un lato la dignità, che può essere pertanto brutalmente calpestata, e dall’altro la responsabilità, in assenza della quale diviene accettabile l’aggressione fisica e morale di un corpo indifeso.

L’impressione è che tale violenza rappresenti un meccanismo sistemico, strutturale, la conseguenza di una voluta de-individuazione e dell’attuale realtà carceraria così com’è costruita, che sicuramente vede molti esempi virtuosi di impegno e dedizione verso una funzione realmente rieducativa della pena, esempi che però restano anch’essi vittime di simili episodi. Di fronte a quelle immagini, la risposta emotiva è di rabbia e di disgusto, ma certo non può essere di indignazione, perché l’indignazione presupporrebbe una certa dose di sorpresa che non ha più motivo di essere.

Una violenza che continuerà a verificarsi fino a quando non si porrà mano a una seria riforma del sistema penitenziario, che necessita, ben prima della promulgazione di una legge, di un sistema di pensiero che ancora non trova spazio nella nostra società, grazie anche alla complicità attiva di una certa politica che propaga quello stesso meccanismo deresponsabilizzante del gruppo di appartenenza, contrapponendo buoni e cattivi, cittadini e reietti, agenti e detenuti, in una sorta di automatismo valoriale finalizzato ad affievolire diritti e principi costituzionali.

In questo quadro, c’è tuttora chi si oppone ai codici identificativi delle divise, già introdotti in quasi tutti i paesi europei e sollecitati in ambito internazionale, così non solo rifiutando la possibilità della concreta identificazione di chi, pur indossando una divisa, viola la legge, ma anche impedendo l’affermazione del “nome” quale elemento di identità che strappa l’uomo al gruppo indistinto, che lo afferma quale singolo nella sua coscienza individuale.

Rimane la drammatica consapevolezza che, ancora oggi, affermare che il sistema penitenziario sia tra gli indici di civiltà di una nazione, nella misura in cui attiene alla tutela di soggetti deboli, per molti cittadini è più osceno che assistere a quel pestaggio.

Si dovrebbe partire da qui.

sondaggi al parco giochi #1

Sindemia /sindeˈmia/ s. f. – L’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici prodotti dall’interazione sinergica di due o più malattie trasmissibili e non trasmissibili, caratterizzata da pesanti ripercussioni, in particolare sulle fasce di popolazione svantaggiata

Questi mesi di pandemia sono stati una fucina di riflessioni. Molte hanno riguardato me stessa, molte il modo in cui, come collettività, abbiamo reagito ad una situazione tanto straordinaria. Perché, se è vero che ciascuno ha affrontato tutto questo in maniera diversa, con le proprie specifiche difficoltà e le proprie individuali motivazioni, è altrettanto vero che ci sono tra queste reazioni molti punti di contatto, dei meccanismi sociali e psicologici che hanno accomunato tutti noi. Gli spazi abitativi, il lockdown con o senza bambini, la solitudine di chi vive da solo; la crisi del lavoro, la scuola chiusa, la suddivisione del carico famigliare, i legami parentali sospesi; ed altre mille riflessioni sui mille aspetti della vita che sono stati, per tutti, improvvisamente sovvertiti.

Durante questi mesi di pandemia, diverse persone a me vicine sono state contagiate: amici, colleghi o semplici conoscenti. All’inizio, insieme a loro, ho avuto paura; poi il covid se n’è andato, senza fare troppi danni. Qualche giorno fa, il covid è arrivato più vicino, ed è andato fino in fondo. E di fronte alla perdita di qualcuno, qualcun altro si domanda quale sia stata la propria responsabilità rispetto a quel contagio. E questa è stata l’ultima riflessione, la più dolorosa: quali saranno gli effetti di questo interrogarsi? Sarà forse ingiusto, ma anche quando tutto questo sarà finito, molti di noi si troveranno a convivere con questo tormento, con il dubbio o la certezza di aver fatto del male, di averlo fatto alle persone più care.

Dopo tanti mesi di pandemia, sembra essere arrivata la primavera. E da qualche giorno, tra un discorso e l’altro, pongo a tutti quelli che incontro la stessa domanda: quando cadrà il divieto di assembramento, quale sarà la prima cosa che vorrai fare? Anche la risposta a questa domanda accomuna un po’ tutti. Lo sguardo si apre, come a proiettarsi avanti nel tempo, e il viso si distende in un lento sorriso. E mentre, con occhi brillanti, si elencano cose banali – fare un aperitivo, cenare con gli amici, andare a ballare – viene da pensare che certamente, dopo questi mesi di pandemia, apprezzeremo moltissimo l’ordinario. E questa, almeno, sarà una cosa di cui fare tesoro.

il diritto alla spensieratezza

Spensieratezza /spen·sie·ra·téz·za/ s.f. – Libero e fiducioso abbandono al ritmo vario d’impulsi e di sensazioni che offre la vita.

Tra i diritti dei bambini, c’è quello alla spensieratezza.

La Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori, adottata in Italia nel 2018 dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, lo menziona espressamente tra i diritti che i bambini conservano nel difficile momento in cui i genitori decidono di separarsi e la famiglia cambia forma.

Il decalogo si ispira alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che, nel 1989, riconobbe per la prima volta il bambino come pieno soggetto di diritto: una rivoluzione. Ma attinge anche a fonti successive, che negli anni hanno integrato e ampliato il novero di tali diritti, nella tutela di interessi sempre più immateriali; tra queste, spicca la Charte du B.I.C.E. (Bureau International Catholique de l’Enfance) che nel 2007 ha sancito il droit à l’insouciance, quindi il diritto ad essere sans-souci, senza pensieri.

Il grande merito della nostra Carta è quello di ricordare, non solo ai genitori ma a tutti gli adulti che prendono parte a questi delicati passaggi, che pure nelle vicende che sembrano riguardare esclusivamente le scelte dei grandi, si deve sempre tenere il bambino al centro di ogni azione e di ogni attenzione. Così, anche nell’esercizio della professione legale, questo decalogo di princìpi di valore etico diventa una guida fondamentale nella gestione di ogni causa di diritto di famiglia che coinvolga minori.

Quando la famiglia si disgrega, i figli conservano il diritto di amare e di essere amati, di essere ascoltati e di esprimere i propri sentimenti, di non essere inondati dalle emozioni e dalle incertezze dei genitori, di non subire pressioni né essere sovraccaricati di responsabilità; in altre parole, i figli hanno diritto di restare figli.

Tra tutti questi diritti, quello alla spensieratezza è il più luminoso. Da un lato, perché riesce a riassumere tutti gli altri – quale bambino può essere spensierato se non è, ancor prima, amato?; dall’altro, per la sua immediatezza, per la sua capacità di dare iconica percezione del carattere fanciullesco che l’infanzia dovrebbe sempre conservare, indipendentemente dalle vicende che riguardano gli adulti. Perché la spensieratezza, nella sua apparente semplicità e immaterialità, è un visibile e concreto parametro di benessere del bambino, da diffondere e utilizzare per aiutare i grandi a gestire le proprie emozioni nel rispetto dei più piccoli.

La Carta dei Diritti dei Figli nella Separazione dei Genitori

Art. 2

I figli hanno il diritto di continuare ad essere figli e di vivere la loro età. I figli hanno il diritto alla spensieratezza e alla leggerezza, hanno il diritto di non essere travolti dalla sofferenza degli adulti. I figli hanno il diritto di non essere trattati come adulti, di non diventare i confidenti o gli amici dei loro genitori, di non doverli sostenere o consolare. I figli hanno il diritto di sentirsi protetti e rassicurati, confortati e sostenuti dai loro genitori nell’affrontare i cambiamenti della separazione.

la parola sulla donna

Parola /pa·rò·la/ s.f. – Complesso di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativa trascrizione in segni grafici), mediante i quali l’uomo esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto di una frase.

È sempre più frequente che la lotta per la parità di genere trovi il suo campo di battaglia nell’uso della lingua. Trovo che questo sia bellissimo, perché dà conto della diffusa sensibilità sull’importanza della parola, sulla piena consapevolezza di quanto le parole siano capaci di incidere sulla vita, e, non da meno, conferma che questa lotta per la parità tra uomo e donna prosegue quotidianamente, dispiegandosi in azioni apparentemente semplici, che tutti possiamo adottare per fare la differenza. È una battaglia, quella di genere e quella sulle parole, che condivido con determinazione, certa del fatto che le parole creano il nostro mondo e le nostre relazioni, e che quindi esse possono – e in taluni casi devono – essere utilizzate nell’ottica di una trasformazione del reale, come strumento di concreta attuazione di un progresso culturale e, quindi, sociale.

Proprio in quest’ottica, cui cerco di contribuire nel mio piccolo ogni giorno, sono rimasta colpita dalla lettera pubblicata qualche giorno fa su La Repubblica e firmata da cento persone che chiedono alla Enciclopedia Treccani (sulla scia di quanto chiesto e ottenuto dall’Oxford Dictionary, che ha recentemente modificato il lemma di “women”) di modificare il lemma della parola “donna” nel vocabolario dei sinonimi on line. Scrivono i firmatari che il lemma indica in riferimento alla parola “donna”, eufemismi come “buona donna” e sue declinazioni come “puttana”, “cagna”, “zoccola”, “bagascia”, e varie espressioni tra cui “serva”. Con queste espressioni associate al concetto di “donna” trovano posto inoltre una miriade di esempi ed epiteti dispregiativi, sessisti, talvolta coraggiosamente definiti eufemismi: “baiadera”, “bella di notte”, “cortigiana”, “donnina allegra”, “falena”, “lucciola”, “peripatetica”, “mondana”, “passeggiatrice”, e molti altri. Simili espressioni non sono solo offensive ma, quando offerte senza uno scrupoloso contesto, rinforzano gli stereotipi negativi e misogini che oggettificano e presentano la donna come essere inferiore.

la Repubblica 05 marzo 2021 Lettera aperta alla Treccani: “Cagna non è sinonimo di donna, via i riferimenti sessisti dal vocabolario online”

Pur non essendo una linguista, trovo che l’interpretazione data dai firmatari si fondi su un vero e proprio errore di lettura. Infatti, l’espressione “buona donna” non è offerta quale sinonimo di “donna”, che è invece indicato in “femmina, signora”. Dopo il termine contrario, specificato in “uomo. ǁ maschio, signore” è presente un bel pallino nero, cui segue la parola “Espressioni”. Due punti. Le espressioni di seguito elencate sono tutte quelle che, nell’uso comune della lingua italiana, contengono la parola “donna”. E sì, ahinoi, tra queste c’è “buona donna”, i cui sinonimi sono tutte quelle parole sopra citate, che sono senza dubbio poco lusinghiere ma altrettanto indubbiamente traducono l’espressione “buona donna” nel suo esatto significato. Dunque, non è corretto affermare che queste parole sono offerte come sinonimo di “donna”; esse sono, invece, sinonimo di “buona donna”, che è espressione di uso comune contenente la parola “donna”. Tali parole e questa espressione sono offensive? Sì, ma in questo caso non manca, a mio avviso, uno scrupoloso contesto, che è anzi delineato in maniera molto precisa. Queste espressioni rinforzano gli stereotipi negativi e misogini? Certamente sì se usate in una frase, in un dialogo, in una situazione di comunicazione, ma non se riportate nel lemma di un vocabolario. Come si può sostenere che il vocabolario stia rinforzando uno stereotipo, quando la sua funzione è quella di descriverlo? Il dizionario fotografa la lingua in un determinato tempo. Possiamo forse sostenere che ad oggi, in Italia, non esista l’espressione “buona donna”? No davvero. E possiamo negare che “buona donna” significhi “puttana”? Non direi. Dunque, ciò che rinforza gli stereotipi è il nostro parlare, non l’immagine che correttamente ne riporta il dizionario.

Per avere conferma di quello che mi sembra un vero misunderstanding – laddove si intende come attribuzione di significato ciò che è solamente una concatenazione sistemica di vocaboli secondo una loro logica indicizzazione – ho confrontato il lemma dei sinonimi di “uomo”. Anche in esso, dopo il bel pallino nero di cui sopra, sono elencate le espressioni di uso comune contenenti la parola “uomo”. Lo ammetto, mi ha afflitta. Perché solo per l’uomo, e non per la donna, sono presenti espressioni come “uomo d’affari”, “uomo di lettere”, “uomo di chiesa”, “uomo di scienza”, “uomo di stato”. Questo è senza dubbio il risultato di secoli di disparità, di discriminazione, di predominio – usiamo pure le parole forti, ma giuste – dell’uomo sulla donna negli ambiti della cultura e del potere. E d’altronde, se nel medioevo donne di potere ce ne capitarono un paio al secolo, come si sarebbe potuta consolidare nell’uso comune l’espressione “donna di stato”?

Però.

Tra le espressioni contenenti la parola uomo, c’è anche “uomo delle caverne”, sinonimo di barbaro, cafone, incivile, maleducato, primitivo, screanzato, selvaggio, (spreg.) tanghero, (spreg.) troglodita, zotico (consolatorio in termini di genere: puttane sì, ma sempre profumate). Contrariamente a quanto si afferma nella lettera, c’è anche la parola “orco” quale sinonimo di “uomo nero”. Ma non può esserci “gigolò”, e ciò per il semplice fatto che nessuna espressione comune contenente la parola “uomo” è sinonimo di gigolò. Ecco allora, che le espressioni riportate non sono altro che quelle relative alla parola “uomo”, non al concetto di uomo; tanto vero che, tra queste, c’è anche “a uomo”, inteso come “marcatura a uomo” in ambito sportivo, evidentemente derivante anche questo dal retaggio culturale dello sport come attività maschile più che femminile, ma non riferibile all’uomo in senso proprio.

In sostanza, escludendo che la Treccani indichi come sinonimo di “donna” l’espressione “buona donna”, e questo può escludersi senza alcun dubbio, mi pare che il vocabolario si limiti ad indicare le espressioni di uso comune che contengono, anche qui, la parola “donna”, non il suo significato. Mi si obietterà: certo, ma di fatto quando si vuole offendere una donna la prima parola è sempre “puttana”. Anche questo è vero, tuttavia ciò non dipende dal lemma del vocabolario, ma da quello stesso retaggio culturale, da quella manciata di millenni durante i quali i ruoli sono stati impari. E quindi la mia domanda è: siamo sicuri che cancellare questi vocaboli dalle pagine dei dizionari vada nella direzione che auspichiamo e che possa sostenere validamente la causa? Appena mi sono posta la domanda, mi è subito apparsa l’immagine delle statue degli schiavisti europei da abbattere, dei film contenenti riferimenti discriminatori da censurare, dei quadri rappresentanti bambine discinte da riporre nei sottoscala dei musei.

È giusto quanto scritto dai firmatari della lettera: il linguaggio plasma la realtà ed influenza il modo in cui le donne sono percepite e trattate. Allora io dico: eliminare dal dizionario questo linguaggio significa cancellare le prove di una discriminazione che dura da millenni e che non è ancora risolta. Significa nascondere la polvere sotto il tappeto. Significa fare un favore a chi nega la discriminazione di genere. Perché la lingua riportata nel vocabolario ci racconta la lingua, non la crea. Abbattere la statua del negriere è più utile che lasciarla ben visibile nella piazza con la didascalia a lettere cubitali “negriere”? Secondo me, no. Immagino che bel servizio alla ragazza che tra cento anni dovesse sfogliare un dizionario 2021 e scoprire con sorpresa che già in quell’anno di fine pandemia non era più in uso l’espressione che lei si sente ancora rivolgere per strada. Che poi, è davvero una questione di indicizzazione; perché se tra cento anni tale epiteto le fosse rivolto dall’unico uomo in tutta Italia ancora avvezzo a tale utilizzo – ce lo auguriamo – e la suddetta ragazza, inconsapevole del significato, lo cercasse sul vocabolario dovrebbe necessariamente cercare sotto “donna”, perché la regola vuole che si cerchi sotto il sostantivo, non sotto l’aggettivo. E non lo troverebbe. O lo troverebbe con un unico sinonimo, il meno volgare: “bella di notte”. Non molto utile come dizionario, ne converrete, tanto vale leggere le cose come stanno.

E si badi bene, Treccani la didascalia la mette pure, al termine del lemma: In numerose espressioni consolidate nell’uso si riflette un marchio misogino che, attraverso la lingua, una cultura plurisecolare maschilista, penetrata nel senso comune, ha impresso sulla concezione della donna. Il dizionario, registrando, a scopo di documentazione, anche tali forme ed espressioni, in quanto circolanti nella lingua parlata odierna o attestate nella tradizione letteraria, ne sottolinea sempre, congiuntamente, la caratterizzazione negativa o offensiva.

Più di così…

Quello che invece condivido a gran voce è la necessità di aggiungere, di attualizzare. Immagino che ci siano delle regole per la costruzione di un lemma, ma, per esempio, “donna in carriera” mi suona come espressione di uso molto comune. Perché allora non inserirlo? Come anche “donna di successo”. È certo triste vedere che i sinonimi di donna si riducono a quattro: femmina, compagna, domestica e regina in un mazzo di carte. Quindi, allarghiamo, ampliamo. E anche, laddove manca, creiamo; come è accaduto con un neologismo di importanza fondamentale, che ha determinato una rivoluzione in termini di consapevolezza, di comprensione e di azione: “femminicidio”. Ma prestiamo attenzione alle eliminazioni arbitrarie, perché toccare la lingua è toccare anche la storia, e senza di questa si rischia di dimenticare le ragioni della lotta.

Dunque, si tratta di decidere: la forma è sostanza, ma questo vale anche quando si deve lasciare traccia di ciò che è stato e ciò che è ancora, perché solo vedendolo attraverso la sua forma lo si può combattere efficacemente, a viso aperto.

Valeria