Parola /pa·rò·la/ s.f. – Complesso di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativa trascrizione in segni grafici), mediante i quali l’uomo esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto di una frase.
È sempre più frequente che la lotta per la parità di genere trovi il suo campo di battaglia nell’uso della lingua. Trovo che questo sia bellissimo, perché dà conto della diffusa sensibilità sull’importanza della parola, sulla piena consapevolezza di quanto le parole siano capaci di incidere sulla vita, e, non da meno, conferma che questa lotta per la parità tra uomo e donna prosegue quotidianamente, dispiegandosi in azioni apparentemente semplici, che tutti possiamo adottare per fare la differenza. È una battaglia, quella di genere e quella sulle parole, che condivido con determinazione, certa del fatto che le parole creano il nostro mondo e le nostre relazioni, e che quindi esse possono – e in taluni casi devono – essere utilizzate nell’ottica di una trasformazione del reale, come strumento di concreta attuazione di un progresso culturale e, quindi, sociale.
Proprio in quest’ottica, cui cerco di contribuire nel mio piccolo ogni giorno, sono rimasta colpita dalla lettera pubblicata qualche giorno fa su La Repubblica e firmata da cento persone che chiedono alla Enciclopedia Treccani (sulla scia di quanto chiesto e ottenuto dall’Oxford Dictionary, che ha recentemente modificato il lemma di “women”) di modificare il lemma della parola “donna” nel vocabolario dei sinonimi on line. Scrivono i firmatari che il lemma indica in riferimento alla parola “donna”, eufemismi come “buona donna” e sue declinazioni come “puttana”, “cagna”, “zoccola”, “bagascia”, e varie espressioni tra cui “serva”. Con queste espressioni associate al concetto di “donna” trovano posto inoltre una miriade di esempi ed epiteti dispregiativi, sessisti, talvolta coraggiosamente definiti eufemismi: “baiadera”, “bella di notte”, “cortigiana”, “donnina allegra”, “falena”, “lucciola”, “peripatetica”, “mondana”, “passeggiatrice”, e molti altri. Simili espressioni non sono solo offensive ma, quando offerte senza uno scrupoloso contesto, rinforzano gli stereotipi negativi e misogini che oggettificano e presentano la donna come essere inferiore.
la Repubblica 05 marzo 2021 Lettera aperta alla Treccani: “Cagna non è sinonimo di donna, via i riferimenti sessisti dal vocabolario online”
Pur non essendo una linguista, trovo che l’interpretazione data dai firmatari si fondi su un vero e proprio errore di lettura. Infatti, l’espressione “buona donna” non è offerta quale sinonimo di “donna”, che è invece indicato in “femmina, signora”. Dopo il termine contrario, specificato in “uomo. ǁ maschio, signore” è presente un bel pallino nero, cui segue la parola “Espressioni”. Due punti. Le espressioni di seguito elencate sono tutte quelle che, nell’uso comune della lingua italiana, contengono la parola “donna”. E sì, ahinoi, tra queste c’è “buona donna”, i cui sinonimi sono tutte quelle parole sopra citate, che sono senza dubbio poco lusinghiere ma altrettanto indubbiamente traducono l’espressione “buona donna” nel suo esatto significato. Dunque, non è corretto affermare che queste parole sono offerte come sinonimo di “donna”; esse sono, invece, sinonimo di “buona donna”, che è espressione di uso comune contenente la parola “donna”. Tali parole e questa espressione sono offensive? Sì, ma in questo caso non manca, a mio avviso, uno scrupoloso contesto, che è anzi delineato in maniera molto precisa. Queste espressioni rinforzano gli stereotipi negativi e misogini? Certamente sì se usate in una frase, in un dialogo, in una situazione di comunicazione, ma non se riportate nel lemma di un vocabolario. Come si può sostenere che il vocabolario stia rinforzando uno stereotipo, quando la sua funzione è quella di descriverlo? Il dizionario fotografa la lingua in un determinato tempo. Possiamo forse sostenere che ad oggi, in Italia, non esista l’espressione “buona donna”? No davvero. E possiamo negare che “buona donna” significhi “puttana”? Non direi. Dunque, ciò che rinforza gli stereotipi è il nostro parlare, non l’immagine che correttamente ne riporta il dizionario.
Per avere conferma di quello che mi sembra un vero misunderstanding – laddove si intende come attribuzione di significato ciò che è solamente una concatenazione sistemica di vocaboli secondo una loro logica indicizzazione – ho confrontato il lemma dei sinonimi di “uomo”. Anche in esso, dopo il bel pallino nero di cui sopra, sono elencate le espressioni di uso comune contenenti la parola “uomo”. Lo ammetto, mi ha afflitta. Perché solo per l’uomo, e non per la donna, sono presenti espressioni come “uomo d’affari”, “uomo di lettere”, “uomo di chiesa”, “uomo di scienza”, “uomo di stato”. Questo è senza dubbio il risultato di secoli di disparità, di discriminazione, di predominio – usiamo pure le parole forti, ma giuste – dell’uomo sulla donna negli ambiti della cultura e del potere. E d’altronde, se nel medioevo donne di potere ce ne capitarono un paio al secolo, come si sarebbe potuta consolidare nell’uso comune l’espressione “donna di stato”?
Però.
Tra le espressioni contenenti la parola uomo, c’è anche “uomo delle caverne”, sinonimo di barbaro, cafone, incivile, maleducato, primitivo, screanzato, selvaggio, (spreg.) tanghero, (spreg.) troglodita, zotico (consolatorio in termini di genere: puttane sì, ma sempre profumate). Contrariamente a quanto si afferma nella lettera, c’è anche la parola “orco” quale sinonimo di “uomo nero”. Ma non può esserci “gigolò”, e ciò per il semplice fatto che nessuna espressione comune contenente la parola “uomo” è sinonimo di gigolò. Ecco allora, che le espressioni riportate non sono altro che quelle relative alla parola “uomo”, non al concetto di uomo; tanto vero che, tra queste, c’è anche “a uomo”, inteso come “marcatura a uomo” in ambito sportivo, evidentemente derivante anche questo dal retaggio culturale dello sport come attività maschile più che femminile, ma non riferibile all’uomo in senso proprio.
In sostanza, escludendo che la Treccani indichi come sinonimo di “donna” l’espressione “buona donna”, e questo può escludersi senza alcun dubbio, mi pare che il vocabolario si limiti ad indicare le espressioni di uso comune che contengono, anche qui, la parola “donna”, non il suo significato. Mi si obietterà: certo, ma di fatto quando si vuole offendere una donna la prima parola è sempre “puttana”. Anche questo è vero, tuttavia ciò non dipende dal lemma del vocabolario, ma da quello stesso retaggio culturale, da quella manciata di millenni durante i quali i ruoli sono stati impari. E quindi la mia domanda è: siamo sicuri che cancellare questi vocaboli dalle pagine dei dizionari vada nella direzione che auspichiamo e che possa sostenere validamente la causa? Appena mi sono posta la domanda, mi è subito apparsa l’immagine delle statue degli schiavisti europei da abbattere, dei film contenenti riferimenti discriminatori da censurare, dei quadri rappresentanti bambine discinte da riporre nei sottoscala dei musei.
È giusto quanto scritto dai firmatari della lettera: il linguaggio plasma la realtà ed influenza il modo in cui le donne sono percepite e trattate. Allora io dico: eliminare dal dizionario questo linguaggio significa cancellare le prove di una discriminazione che dura da millenni e che non è ancora risolta. Significa nascondere la polvere sotto il tappeto. Significa fare un favore a chi nega la discriminazione di genere. Perché la lingua riportata nel vocabolario ci racconta la lingua, non la crea. Abbattere la statua del negriere è più utile che lasciarla ben visibile nella piazza con la didascalia a lettere cubitali “negriere”? Secondo me, no. Immagino che bel servizio alla ragazza che tra cento anni dovesse sfogliare un dizionario 2021 e scoprire con sorpresa che già in quell’anno di fine pandemia non era più in uso l’espressione che lei si sente ancora rivolgere per strada. Che poi, è davvero una questione di indicizzazione; perché se tra cento anni tale epiteto le fosse rivolto dall’unico uomo in tutta Italia ancora avvezzo a tale utilizzo – ce lo auguriamo – e la suddetta ragazza, inconsapevole del significato, lo cercasse sul vocabolario dovrebbe necessariamente cercare sotto “donna”, perché la regola vuole che si cerchi sotto il sostantivo, non sotto l’aggettivo. E non lo troverebbe. O lo troverebbe con un unico sinonimo, il meno volgare: “bella di notte”. Non molto utile come dizionario, ne converrete, tanto vale leggere le cose come stanno.
E si badi bene, Treccani la didascalia la mette pure, al termine del lemma: In numerose espressioni consolidate nell’uso si riflette un marchio misogino che, attraverso la lingua, una cultura plurisecolare maschilista, penetrata nel senso comune, ha impresso sulla concezione della donna. Il dizionario, registrando, a scopo di documentazione, anche tali forme ed espressioni, in quanto circolanti nella lingua parlata odierna o attestate nella tradizione letteraria, ne sottolinea sempre, congiuntamente, la caratterizzazione negativa o offensiva.
Più di così…
Quello che invece condivido a gran voce è la necessità di aggiungere, di attualizzare. Immagino che ci siano delle regole per la costruzione di un lemma, ma, per esempio, “donna in carriera” mi suona come espressione di uso molto comune. Perché allora non inserirlo? Come anche “donna di successo”. È certo triste vedere che i sinonimi di donna si riducono a quattro: femmina, compagna, domestica e regina in un mazzo di carte. Quindi, allarghiamo, ampliamo. E anche, laddove manca, creiamo; come è accaduto con un neologismo di importanza fondamentale, che ha determinato una rivoluzione in termini di consapevolezza, di comprensione e di azione: “femminicidio”. Ma prestiamo attenzione alle eliminazioni arbitrarie, perché toccare la lingua è toccare anche la storia, e senza di questa si rischia di dimenticare le ragioni della lotta.
Dunque, si tratta di decidere: la forma è sostanza, ma questo vale anche quando si deve lasciare traccia di ciò che è stato e ciò che è ancora, perché solo vedendolo attraverso la sua forma lo si può combattere efficacemente, a viso aperto.
Valeria